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  • lunedì, 2 mar 2009 alle ore 16:43
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Speranze danesi

2 marzo 2009 by Toki

Nelle lunghe pause pomeridiane tra un cliente e l’altro che il povero toki edicolante deve riuscire a sfangare, cosa c’è di meglio che la lettura a sbafo delle riviste più svariate? :)

Questo articolo, letto sull’ Internazionale di questa settimana, mi ha fatto morire dal ridere. Ovviamente non lo metto sul sito per ridere dei danesi (anzi, io li adoro tremendamente, così come adoro tutti gli scandinavi), ma solo perché mi è particolarmente piaciuto (tra l’altro a parte il nazionalismo, che non mi appartiene per niente, per il resto mi rivedo tantissimo nei danesi qui sotto).

Spero proprio che Boch riesca a fare tipo un’iconcina che nasconda almeno una parte dell’immenso articolo, così che lo legga solo chi proprio non sa cosa fare – come me, insomma :) saluti

BEATI SCETTICI

Di LIZ JENSEN dall’ INTERNAZIONALE (N° 784 del 27 febbraio / 5 marzo 2009)

“Metti la speranza su un piatto della bilancia e uno sputo sull’altro”, diceva mio padre. “Poi guarda cosa pesa di più. Lo sputo, naturalmente!”

Un giorno, nell’autunno del 2005, in piena polemica sulle vignette danesi, stavo pedalando lungo una strada di Copenhagen quando per caso ho notato una cosa straordinaria sul marciapiede: tra i gas dei tubi di scappamento sventolava una bandiera danese, piantata nel bel mezzo di una merda di cane fresca.

Ero sorpresa. In città c’erano un sacco di manifestazioni, ma quella piccola e vibrante protesta era sicuramente la più originale. Agitprop di strada nel vero senso della parola: si poteva essere più efficaci? Quel gesto, anche se palesemente stille og rolig (“in pace e con calma”, il motto preferito dai musulmani danesi perseguitati) e così discreto da sembrare quasi educato, faceva colpo. Elettrizzata, ho raccontato la scena alla mia amica Helle, che ha annuito con aria indulgente. “E’ la prima volta che ne vedi una? Qui è una specie di tradizione”. “Vuoi dire che se uno ce l’ha con il governo, protesta così?”. Helle mi ha guardato perplessa: “No, la gente lo fa quando vede degli escrementi di cane per strada. Ci pianta una bandierina sopra”. Dalla delusione – allora non era guerrilla art! – sono precipitata nella più totale confusione. Certo, sapevo che da bravi nazionalisti i danesi coprono le torte di compleanno dei bambini di bandiere biancorosse, e che ogni occasione è buona per far sventolare la bandiera in giardino, dalle partite di calcio alla nascita dei nipotini. Ma quella storia mi sembrava veramente strana.

“E’ una… celebrazione della cacca di cane?”, ho chiesto timidamente, continuando a sentirmi un’aliena. “No, serve a richiamare l’attenzione. Quando vedono una cacca di cane, che qualcuno magari potrebbe calpestare o schiacciare con la bicicletta, mettono una bandiera per renderla visibile. E’ un modo pratico per rimediare alla sporcizia dei cani”. “Ma perché la gente se ne va in giro con le bandierine danesi in tasca?” “In caso dovesse imbattersi in una cacca di cane”, mi ha risposto, guardandomi come se la pazza fossi io.

Helle è nata in una società nota per la sua profonda fiducia nel prossimo. In Danimarca il senso civico, spesso praticato con zelo, è la norma. Che io sappia è l’unico paese dove è possibile, come è successo di recente a un mio amico distratto, lasciare l’equivalente di duecento euro in bella mostra per un’ora, appesi al bancomat come una lingua penzolante, e poi recuperarli perché un cittadino onesto – con le tasche piene di bandierine segnala cacca – li aveva portati in banca. Alle due del mattino e completamente strafatto, un danese aspetterà comunque il verde prima di trascinarsi dall’altro lato della strada. Non è per niente stato proprio un danese, il filosofo Knud Ejler Logstrup, a inventare il principio della “richiesta etica”. “Una prerogativa della condizione umana”, scrive Logstrup, “ è che le persone, quando si incontrano, provano un naturale sentimento di fiducia. Solo in circostanze particolari ci capita di diffidare di uno sconosciuto. Non sospettiamo mai che qualcuno possa mentire finché non lo cogliamo in flagrante”.

Anche oggi, in un clima di grandi tensioni etniche, quando pochi sono pronti a concedere il beneficio del dubbio agli immigrati, due terzi dei danesi sostengono ancora di fidarsi dei loro concittadini. Il discorso cambia appena devono fidarsi di qualunque altra cosa. “Metti la speranza su un piatto della bilancia e uno sputo sull’altro”, replicava mio padre, danese, ad ogni manifestazione di ottimismo. “Poi guarda cosa pesa di più. Pensaci! Ah-ah! Lo sputo, naturalmente!”.

Questo modo di dire – che gli piaceva tanto e nasceva, a sentir lui, nella sua terra natale, lo Jutland, famoso per la tristezza leggendaria dei suoi abitanti – rivela un’attitudine morbosa. Il messaggio implicito è: davvero credi in qualcosa che non esiste? Fesso e strafesso! La filosofia di mio padre era tipica di molti danesi: prendi atto di quello che esiste e diffida di tutto il resto. Per cogliere la portata dell’antipatia danese verso le grandi speranze bisogna capire prima di tutto il concetto di Janteloven (legge di Jante), la versione scandinava della cosiddetta sindrome del papavero alto (in base alla quale tendiamo a biasimare chi si distingue per i suoi successi personali).

Il concetto di Janteloven è apparso per la prima volta nel 1933 in un romanzo dello scrittore danese Axel Sandemose, En flyktningkrysser sitt spor (un fuggitivo incrocia le sue tracce). Ambientato nella cittadina immaginaria di Jante, il libro è la satira feroce di un modo di pensare tipicamente danese. Secondo l’egualitarismo militante della Janteloven, ci sono dieci leggi che devono essere rispettate per mantenere tra cittadini la tanto apprezzata stabilità e uniformità sociale. Le leggi sono queste:

1. Non pensare di essere speciale

2. Non pensare di essere più buono di noi

3. Non pensare di essere più intelligente di noi

4. Non pensare di essere meglio di noi

5. Non pensare di saperne più di noi

6. Non pensare di essere più bravo di noi

7. Non pensare di poter fare meglio di noi

8. Non ridere di noi

9. Non pensare che gli altri si preoccupino per te

10. Non pensare di poterci insegnare qualcosa

Anche se severa, la Janteloven garantisce l’armonia promuovendo lo sviluppo di una società in cui la parola “ambizione” ha solo connotazioni negative e l’uso dell’aggettivo “competitivo” applicato alle persone non compare nel dizionario. Liberi dalla tirannia delle aspirazioni sociali e senza sentimenti di superiorità, tranquillizzati dalle loro aspettative minime e provvisti di un insieme di regole che nobilitano la mediocrità, i danesi sono liberi di rilassarsi: sanno esattamente dove possono arrivare. Vi chiedete dove si trovi questo punto di arrivo? Tenetevi forte: in cima alle classifiche del campionato mondiale della felicità, ecco dove! Di sondaggio in sondaggio la Danimarca compare al primo posto e, contravvenendo alla legge di Jante, spicca come il papavero più alto del mondo. Potrà sembrare strano, ma c’è una logica perversa in tutto questo. Basta considerare tre importanti aspetti del carattere nazionale danese.

Prima di tutto, i danesi hanno una dichiarata tendenza a sentirsi selvglad (compiaciuti). Dategli un questionario sul loro livello di soddisfazione e con premura e patriottismo barreranno la casella “in estasi”.

In secondo luogo, anche se i danesi non sembrano più felici degli altri (l’uso crescente di antidepressivi e la tendenza all’alcolismo indicano semmai il contrario), forse si accontentano più facilmente, sanno celebrare e godersi le piccole gioie della vita quotidiana. Date a un danese una bottiglia di Carlsberg, un trancio di pesce marinato e una scintilla di sole, e penserà di essere in paradiso.

Terzo, i danesi sono dei pessimisti felici. Se un danese può essere certo di una cosa, è che la sua negatività non lo abbandonerà mai. Facciamo un esempio: un danese è convinto che stia per arrivare una nuvola nera e minacciosa. Se invece arriva una nuvola grigia, di quelle che portano solo una pioggerella leggera, il danese avrà un’ottima ragione per sventolare l’ormai famosissima bandierina.

Chi invece si abbandona alle fantasie tanto disprezzate da mio padre finirà per illudersi che il concetto astratto di speranza – tutte quelle promesse accumulate e svendute – pesi più dello sputo sul piatto della bilancia. Se c’è una cosa che la fede danese può insegnare a tutti, credo sia proprio questa: come atteggiamento di base lo scetticismo è, in modo quasi perverso, qualcosa in cui credere. E può regalare perfino un po’ di felicità.

Articolo di LIZ JENSEN (uscito sul trimestrale inglese THE DRAWBRIDGE)

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4 chiacchiere

  1. Beppe dice che:

    Beh! E’ facile ed è logico! Se pensi e ti prepari al peggio, tutto ciò che è minimamente al di sopra della catastrofe è l’estasi, l’esaltazione più totale, l’Eden assoluto; per chi è abituato, poi, nella vita di tutti i giorni, ad incontrare usi e costumi civili e una certa forma di rispetto per l’individuo, la cosa si fa ancora più semplice. Diciamo che decido di girare per strada, penso che qualcuno possa investirmi, allo stesso tempo so che la percentuale di successo della mia previsione è molto scarsa; questa è la felicità del danese, una felicità calcolabile, quasi matematica. l’italiano, invece, si sveglia la mattina, ringraziando il cielo, attraversa la strada e si ripromette di accendere un cero alla Madonna, qualora riesca a sopravvivere al resto della giornata; va al lavoro pregando che il computer non gli dia alcun problema; inserisce la monetina nella macchinetta del caffè, sperando che gli dia il resto…e siamo solo all’inizio di una serie di piccoli pensieri e sottili staffilate emotive che minano qualsiasi tipo di pensiero razionale e qualsivoglia previsione algebrica. Con ciò non voglio dire che l’italiano non sia felice; anzi, seguendo questo tipo di ragionamento, l’italiano è ancora più felice del danese, perchè la sua felicità non è di tipo matematico (fortemente prevedibile), ma provvidenziale (o previdenziale): l’italiano è felice per bontà divina, per volere della fortuna, di contingenze astrologiche e non astronomiche, di movimenti siderali e rivoluzioni planetarie insondabili. Tutta questa felicità, ben superiore a quella danese, però ha le ali fragili, della stessa consistenza di quelle del buon vecchio Icaro, che ha osato godere del suo momento estatico al di sopra dell’ostico labirinto elaborato dal padre, ma che è votato al precipizio, alla caduta… e quando l’italiano cade, fa una botta grossa e ti chiama pure, per sentire il rumore che la sua catastrofica deflagrazione produce (come il disabile della barzalletta rimasto intrappolato nei binari del treno: – casellante! Vin a sintì che bota!-). Caduta o successo che sia, l’italiano lascia di se una traccia, magari senza il desiderio di volerlo fare, come espressione della sua necessità di farlo o impossibilità di fare altrimenti, che lo rende unico, eccezionale, a tratti desiderabile, non acquistabile, nè calcolabile, ma geniale, imprevedibile, rivoluzionario, capace di cambiare le cose nel bene o nel male, grazie ad una spinta quasi istintiva, un’energia primigenia capace di cambiare le sorti del mondo e dell’umanità intera in ogni campo e in ogni disciplina. Quale danese avrebbe il corraggio di disprezzare un Leonardo da Vinci o un Galileo Galilei, un Dante o un Caravaggio, un Michelangelo o un Canova solo per il fatto stesso di essere eccellenti, eccentrici, fuori della norma…quale danese avrebbe il coraggio di non apprezzare Kierkegaard, il danese che ha avuto il coraggio di affermare che Abramo è forse l’unico vero grande uomo di fede, liquidando i mediocri preticelli della domenica come persone inani e impotenti dal punto di vista spirituale? La mia non è una difesa dell’italiano che, poveretto, negli ultimi tempi ha fatto della necessità un vizio e non una virtù, ma di tutti gli uomini di genio, i grandi spiriti, senza i quali il mondo sarebbe un’uniforme notte, dove tutte le vacche sono nere.

  2. toki dice che:

    :) ovviamente non volevo nemmeno ridere degli italiani (come non volevo ridere dei danesi)… ho solo trovato l’articolo particolarmente ironico e divertente. il fatto poi che io adori la geniale razionalità (o razionale genialità) dei nordici, nulla toglie alla genialità degli italiani, il mio non era un paragone :)

  3. Beppe dice che:

    Certamente! E’ che pensavo che, se anche noi mettessimo delle bandierine sulle merde che i nostri cani lasciano per strada, rischieremmo di disboscare le magiche, fiorenti e invidiabili foreste nordiche. Sai quante le persone che, fraintendendo completamente questa allarmante richiesta di civiltà, si divertirebbero a far cacare per strade, viali, portici, sagrati i nostri altrimenti igienici cani, addobbando le loro deiezioni con festanti vessilli tricolore…da noi diventerebbe una moda e un tipico dolcetto tradizionale. La nostra spiccata sensibilità ricamerebbe da uno dei 360 peninsularissimi giorni dell’anno un FECI DEI: il giorno (day, all’italiana) della merda o della divin merda; all’uopo beatificata e santificata. Che non si debba dire che siamo nella merda…o se proprio dobbiamo, che almeno profumi o sia in odore di…santità!

  4. gibus dice che:

    Il mio Eden? Una birra media, una fiorentina di brontosauro ed un filo di sole in una fredda giornata invernale: notate qualche similitudine?

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